lunedì 27 giugno 2011

NoTav

Ciao a tutt*, ho appena sentito Ivo, che era su a Chiomonte e di cui non avevamo più notizie dalle 6 di questa mattina.
Ha detto che l'attacco è stato violentissimo, con la ruspa, hanno lanciato i lacrimogeni ad altezza uomo e attaccato alla cieca, OVUNQUE, ANCHE DENTRO LA TENDA DELLA CROCE ROSSA, anche dentro i bagni e ora non c'è più nessuno al presidio e le persone che sono state malmenate sono in procinto di essere trasportate negli ospedali.
E' andata così: hanno usato delle ruspe con le pinze, hanno tolto il guard rail e le protezioni antirumore (quelle di vetro) e un gruppo di una decina di persone si sono messi in piedi sulla barricata per opporre resistenza nonviolenta. Quando le forze dell'ordine hanno finito di liberare il varco, hanno lanciato i lacrimogeni per creare un muro di copertura, per cui - senza poter vedere nulla - hanno sradicato la barricata alla cieca, senza poter sapere se c'era qualcuno sulla barricata o meno mentre la sradicavano. I lacrimogeni, lanciati ad altezza uomo, hanno colpito Ivo a un braccio; una volta sradicata la barricata, Ivo a capofila, in maglietta e senza coperture né protezioni, a viso scoperto e mani alzate, ha comunicato urlando "indieteggiamo lentamente... indietreggiamo lentamente" e loro hanno caricato e li hanno manganellati. Ivo è stato colpito in piena faccia. Sono scappati verso l'accampamento e in infermeria hanno avuto giusto il tempo di essere medicati, dopo di che sono arrivate le cariche all'accampamento e nell'infermeria, hanno lanciato i lacrimogeni nelle tende e nei bagni. Il gruppo di noTAV che è stato caricato si è disperso verso la montagne. Ivo si è fatto una scarpinata e poi è stato recuperato da un altro gruppo di umanisti; in questo momento lo stanno accompagnando a Bussoleno per le medicazioni e le lastre, poi verrà trasportato alle Molinette. La situazione di salute non sembra grave (ho parlato con lui al telefono). Sporgerà denuncia.

Date massima diffusione a questo messaggio: che nessuno possa sbagliarsi nel capire chi si è mosso nella legalità e chi nell'assoluta illegalità.
Tiziana

mercoledì 22 giugno 2011

L' ULTIMA RESISTENZA DI MAX VON PETTENKOFER

DI GIANLUCA FREDA
http://blogghete.altervista.org

L’origine delle malattie è nell’uomo e non fuori di esso; ma le influenze esterne agiscono sull’intimo e fanno sviluppare le malattie [...]. Un medico [...] dovrebbe conoscere l’uomo nella sua interezza e non solo nella sua forma esterna”.
(Paracelso)

Ero bambino quando, nel 1973, a Napoli scoppiò una delle periodiche epidemie di colera. Gli effetti del contagio sulla popolazione furono relativamente contenuti (una trentina di morti in tutto), ma l’economia, in particolare quella ittica, ne risultò devastata. I TG e i reportage televisivi dell’epoca trasmettevano a ripetizione le immagini di un pescatore napoletano che, nel disperato tentativo di dimostrare l’inesistenza del contagio vibrionico, diluviava cozze e patelle crude dinanzi alle telecamere, in una performance poi divenuta, nei decenni successivi, paradigmatica dell’incultura popolare sulle questioni epidemiologiche.

Eppure la grottesca esibizione sperimentale di quell’anonimo operatore ittico partenopeo aveva, come scoprii molti anni dopo, un assai più illustre e spettacolare precedente.

Nel 1892, il celebre medico e chimico bavarese Max von Pettenkofer chiese a Robert Koch, che nove anni prima aveva isolato il bacillo del colera, di inviargli un campione delle sue colture vibrionali. Koch glielo inviò. Qualche giorno dopo, “Il Dottor Pettenkofer offre al Dottor Professor Koch i propri rallegramenti e lo ringrazia per la fiala contenente i cosiddetti vibrioni del colera, che egli è stato così gentile da inviargli. Il Dottor Pettenkofer ne ha bevuto l’intero contenuto ed è lieto di informare il Dottor Professor Koch che egli permane nella consueta ottima salute”.

Pettenkofer, intestarditosi su una prospettiva epidemiologica del tutto differente, se non addirittura opposta, rispetto a quella di Koch, aveva in effetti trangugiato non un qualsiasi prodotto potenzialmente infetto, ma un’intera coltura di bacilli del colera, senza riportare conseguenze. Non riuscendo a spiegare il fenomeno in modo convincente, i “contagionisti” dell’epoca sostennero che i bacilli del colera erano stati probabilmente neutralizzati dalla forte acidità di stomaco di Pettenkofer; il quale all’epoca aveva 74 anni ed effettivamente entrava in preda a forti disturbi dispeptici ogni volta che sentiva parlare delle teorie, che reputava campate in aria, dei suoi avversari accademici. A parte questo, godeva di ottima salute. E se si esclude un’infezione alla gola che aveva accentuato la sua cronica malinconia, era ancora in discreta forma quando, nove anni più tardi, si suicidò con una revolverata alla tempia.

Il suicidio di von Pettenkofer segnò la fine dell’ultima resistenza contro le teorie dei “contagionisti”, poi elaborate nella cosiddetta “Teoria dei Germi”. Tale teoria, che nel XX secolo regnerà incontrastata, individua come causa diretta delle malattie l’azione dei microrganismi (virus, bacilli, ecc.), restringendo dunque l’indagine eziologica sulle patologie ad un “attacco all’organismo” da parte di agenti esterni e rifiutando ogni valutazione differente, tanto rispetto al possibile influsso di altri fattori, quanto rispetto all’effettivo ruolo svolto dai cosiddetti “agenti patogeni” nello scenario epidemico.

Anche laddove non sia possibile ricondurre una data patologia all’azione di un agente esterno specifico, non essendo tale agente individuabile (come nel cancro, nel parkinson, nell’alzheimer, ecc.), si dà comunque per scontato che esista, da un lato, un “ente sano” (l’organismo umano) e dall’altro un qualche nemico che lo aggredisce per comprometterne la salute. Un nemico, in questi casi, ancor più insidioso perché sconosciuto e invisibile. Un nemico contro il quale occorre “lottare” (si parla comunemente di “lotta contro il cancro”, “contro l’alzheimer”, ecc., come se tali patologie fossero invasori barbarici che assaltano una cittadella incustodita) e che occorre “sconfiggere”.

Questa concezione della malattia, tipica della medicina occidentale, ricalca alla perfezione l’atteggiamento politico e culturale che è stato proprio dell’Occidente nell’ultimo secolo. Anche in politica esiste un “ente sano” (la democrazia) continuamente assediato dal caos, da perfidi nemici esterni (la dittatura, il comunismo, il terrorismo, Berlusconi, ecc.) che mirano a distruggerla e contro i quali occorre difendersi. E per difendersi occorre che i singoli rinuncino ad ogni iniziativa personale e si mettano nelle mani di un’autorità superiore, che provvederà ad adottare le necessarie misure cautelative. Così, per difendersi dal “terrorismo”, i cittadini permetteranno ai governi di vietare i raduni, di limitare la libertà d’espressione, di sorvegliare i loro movimenti con telecamere disposte ovunque, di incarcerare e torturare senza prove e senza processo, e così via. Allo stesso modo, delegando alle autorità sanitarie le adeguate misure di profilassi, le masse accetteranno passivamente trattamenti sanitari obbligatori, vaccinazioni imposte, protocolli terapeutici standardizzati tanto più diffusi quanto più palese è la loro assurdità e inefficacia; e non oseranno fiatare di fronte alla criminalizzazione di ogni devianza che provi a sfidare l’ortodossia medica dell’elite e a proporre terapie alternative.

Per tenere in piedi questo teatro dell’”accerchiamento ostile” perenne, che porta infiniti vantaggi politici ed economici alle elite dirigenti, la medicina ufficiale ha bisogno di funzionari che siano poco più che burocrati. Occorrono tecnici, esperti settoriali, specialisti che siano competenti in un circoscritto campo dello scibile e non possiedano quella visione d’insieme che consentirebbe loro di mettere in discussione alla radice l’impostazione dogmatica costituita; secondo la quale l’essere umano è un ente a sé, separato dalla natura. E la natura gli sta intorno al solo scopo di insidiarlo, di aggredirlo proditoriamente, con armi ignote che solo la saggezza e la preparazione “scientifica” dei dominanti sono in grado di neutralizzare. Le posizioni di potere e il profitto economico dell’elite sono garantiti da questo autodichiarato monopolio sugli strumenti salvifici in grado di debellare e sottomettere le forze avverse del creato.

Max von Pettenkofer non era uno di questi burocrati specializzati. Egli fu uno degli ultimi studiosi di medicina a poter contare su una formazione umanistica completa. Prima di dedicarsi agli studi di medicina e di chimica presso l’Università di Monaco, aveva studiato grammatica e latino al Ginnasio, era appassionato di letteratura, si interessava di filologia, aveva scritto poesie, era stato attore di teatro. Chi lo conobbe, lo descrive come un uomo di forti sentimenti, gioviale, dotato di uno spiccato senso dell’umorismo, cui faceva da sottofondo un costante velo di malinconia.

Pettenkofer non credeva nella scissione tra uomo e natura. Si rifiutava di considerare l’organismo umano come un’entità separata dall’ambiente, simile a un borgo cinto da mura, sotto la perenne minaccia di un invasore in agguato. Koch aveva identificato uno di tali invasori nel vibrione del colera, il quale – era sua convinzione – rappresentava la causa diretta del morbo. Era il vibrione che, trasmettendosi da un soggetto all’altro attraverso il contatto fisico oppure tramite cibi e materiali infetti, aggrediva l’ospite e provocava l’insorgere della malattia.

La visione di Pettenkofer era più complessa. Egli era convinto che il bacillo non bastasse da solo a spiegare la malattia e che per generare l’infezione fosse necessaria un’interazione tra il germe del colera e l’ambiente. Quando il germe veniva a contatto con suoli asciutti e porosi, durante periodi di scarsa disponibilità idrica, esso dava origine ai cosiddetti “miasmi”, che erano, secondo Pettenkofer, la vera causa scatenante dell’epidemia. Questa visione delle cose escludeva, ad esempio, che il contagio potesse trasmettersi per semplice contatto tra individui o per ingestione di sostanze infette (ad es. l’acqua). Affinché il germe potesse “acquisire virulenza”, occorreva che il suolo presentasse certe caratteristiche di porosità e che contenesse materia fecale in decomposizione. Senza tali condizioni, il germe non era in grado di maturare ed evolversi in “miasma”. Ciò implicava che misure come la quarantena o come la bollitura e il filtraggio dell’acqua fossero considerate da Pettenkofer perfettamente inutili ad arrestare l’epidemia. Non è il contatto diretto col germe che uccide, bensì il contatto con un ambiente degradato che ha consentito al germe di propagarsi nell’atmosfera come esalazione infettiva.

Dunque, se per Koch il bacillo era causa diretta del morbo, nonché condizione necessaria e sufficiente per il suo insorgere, Pettenkofer riteneva che il vibrione rappresentasse solo una causa indiretta e che le condizioni per il diffondersi dell’epidemia fossero almeno quattro:

- La presenza del germe;

- L’esistenza di specifiche condizioni locali (in particolare le condizioni del suolo);

- L’esistenza di specifiche condizioni stagionali (ad es. un periodo di siccità);

- L’esistenza di particolari condizioni individuali.

Pongo l’accento sull’ultima di queste quattro condizioni. Pettenkofer ritiene che il morbo possa attecchire soltanto in organismi già predisposti (causa debilitazione prodotta da altre cause) alla sua ricezione. Un organismo che non sia già debilitato per conto proprio, resterà comunque immune alle esalazioni miasmatiche.

Riassumendo: per Koch il germe è il mortale nemico esterno da combattere con tutte le (potenzialmente costose) risorse che la scienza medica mette a disposizione. Per Pettenkofer il germe non è il nemico (da solo non può nulla) e non è esterno (è già presente, nel suo stato non virulento, nell’organismo umano). Ciò che bisogna modificare per aver ragione della malattia sono le modalità d’interazione tra uomo e ambiente, nonché il rapporto del singolo con il proprio organismo. Per debellare il morbo non servono vaccini, terapie ospedaliere, farmaci ed interventi chirurgici. Servono servizi idrici, che assicurino abbondante fornitura di acqua pulita; servono fognature, che permettano di smaltire la materia fecale, sita nel sottosuolo, nella quale il germe completa la propria mutazione in miasma epidemico; servono buona alimentazione e vita equilibrata, che implementino la resistenza dell’organismo. Nella visione di Pettenkofer, l’uomo, il suo corpo e il suo ambiente sono una cosa sola ed è dagli scompensi insorti all’interno di questa unità ecoantropica che scaturiscono le epidemie.

Pettenkofer aveva cercato di mettere a punto un approccio integrato, fondato su osservazioni attinenti a diversi settori dello scibile: chimica, biologia, statistica, filosofia, politiche sociali. Questo perché l’obiettivo che egli perseguiva era l’eliminazione o la limitazione del contagio, che poteva essera ottenuta solo affrontando il problema nella sua complessità, attraverso studi ad ampio raggio ed interventi mirati che ne eliminassero le cause ambientali. Koch e i seguaci del paradigma batterico si accontentavano invece di additare all’umanità un nemico che giustificasse il potere della tecnocrazia, i suoi interventi invasivi, il suo controllo sulle procedure terapeutiche. Il loro approccio era semplificatorio, perché la finalità principale non era il miglioramento della salute pubblica attraverso la rimozione delle cause epidemiche, ma la perpetuazione di queste ultime. Essi non miravano a impedire la diffusione del contagio, ma a combatterlo quando si era già affermato, vendendo a caro prezzo l’apparato chirurgico-farmacologico necessario a tale scopo.

Quando all’inizio del ‘900 divenne chiaro che l’applicazione della teoria dei germi alla salute pubblica richiedeva molto di più che la mera individuazione dei microrganismi collegati all’epidemia, molte delle teorie igieniste ed ambientali di Pettenkofer vennero recuperate, con grave smacco dei “contagionisti” ormai già in piena parata trionfale. Gli studi relativi all’influsso dell’ambiente sugli agenti patogeni, sui vettori e sui portatori sani del contagio vennero integrati nella teoria dei germi, come pure l’attenzione per il ruolo svolto dalle specifiche situazioni di vita degli individui nel diffondersi delle malattie. Ci si rese conto che l’identificazione dell’agente patogeno (vero o presunto) non eliminava la necessità di studiare le condizioni sociali e ambientali che ne agevolavano la diffusione, ma la rendeva ancor più impellente.

Questo ostacolo imprevisto sulla strada del controllo delle masse attraverso la medicina fu comunque di breve durata. Ben presto le elite tecnocratiche misero a punto - e diffusero poi attraverso gli appositi strumenti di propaganda - una visione del “nemico” più funzionale ai propri obiettivi. L’individuazione dei bacilli del colera, del tifo e della difterite presentava come sgradevole (per le elite) controindicazione quella di spingere le autorità sanitarie a “bonificare” gli ambienti in cui tali bacilli prosperavano, eliminando così le cause ambientali del contagio. Il “nemico”, così accuratamente creato, veniva in tal modo neutralizzato prima ancora di poter essere utilizzato come remunerativo spauracchio. Occorreva dunque un nemico indistinto, che permettesse di escludere la ricognizione eziologica volta a determinare la causa delle patologie, che scongiurasse ogni intervento ecoantropico a monte dei fenomeni e consentisse alla casta medica di prosperare sulla guerra ai grandi flagelli. Sorse così l’alba delle neoplasie, dei tumori, delle “sindromi” e delle patologie dall’origine sconosciuta. Il grande vantaggio di tali malattie è, appunto, che esse saltano a piè pari l’indagine sulle cause e si concentrano sulla terapia degli effetti; il che consente di mantenere la società nello stato di guerra permanente su cui le case farmaceutiche hanno costruito la propria fortuna. Se fosse consentito indagare sulle cause, si scoprirebbe che sono proprio le terapie, i vaccini (strapieni di metalli pesanti come mercurio e alluminio) e i farmaci proposti per la cura una delle principali cause della diffusione e della recrudescenza di questi mali; tra gli infiniti esempi, è possibile portare quello della “sindrome di Guillain-Barrè”, il cui insorgere – pare ormai acclarato – è legato a doppio filo alla somministrazione vaccinica; quello della SIDS (Sudden Infant Death Syndrome), che uccide i neonati intorno al terzo mese, proprio il periodo in cui inizia per i bambini il ciclo di vaccinazioni obbligatorie; e naturalmente quello dei (presunti) rimedi chemioterapici, radioterapici e chirurgici contro i tumori, vera orgia di avvelenamenti e mutilazioni con cui si distrugge l’organismo del paziente nel tentativo di rimuovere un disturbo di cui non si conosce e non si vuole conoscere l’origine. La lotta permanente agli effetti consente la perpetua medicalizzazione dei pazienti e la sicurezza di poter contare su una domanda chirurgico/terapeutica illimitata.

Le elite farmaceutiche non si limitano dunque a costruire il proprio avversario: esse coltivano e rafforzano il clima della guerra. E lo fanno sia diffondendo, attraverso i farmaci, le stesse patologie che dovranno poi essere curate, sia attraverso l’incessante invenzione di patologie nuove (tutte rigorosamente refrattarie all’indagine eziologica), sia tramite il terrorismo propagandistico della stampa, la quale si occupa di creare e mantenere il clima di psicosi necessario a tenere alta la domanda terapeutica.

Max von Pettenkofer è stato uno degli ultimi studiosi in occidente a dedicarsi alla crescita e al benessere della città, anziché alla difesa delle sue mura contro i nemici. Aveva sviluppato una “scienza dell’igiene” che poneva in primo piano la prevenzione, la cura dell’ambiente, la fortificazione dell’organismo, anziché la lotta senza quartiere ai fantasmi patogeni. Era convinto che, quando una persona si ammala, ciò non avviene perché essa sia stata aggredita da un germe o da un bacillo venefico; avviene perché essa ha permesso al proprio organismo di debilitarsi, conducendo una vita insalubre, vivendo in ambienti malsani, consumando cibi nocivi o poco nutrienti. I bacilli non creano la debilitazione dell’organismo, si limitano a prosperare nei tessuti debilitati, che rappresentano il loro habitat naturale. Per questo motivo, nei suoi scritti, forniva indicazioni minuziose sul modo di vestirsi, sull’igiene dei luoghi di riposo, sulla pulizia dell’ambiente domestico; si interessava delle condizioni igieniche del suolo, dell’aria, dell’acqua, del cibo, degli edifici; offriva informazioni sull’illuminazione, sul riscaldamento, sulla ventilazione degli ambienti, postulando che l’interazione tra la collettività e l’ecosistema consentisse di spiegare i fenomeni epidemici in modo assai più preciso di quanto non potessero fare le semplificazioni dei batteriologi.

Fu uno degli ultimi studiosi a concepire la medicina e la biologia come scienze che si occupano della vita (cioè dell’uomo inteso nella sua interezza e nel suo legame indissolubile con la natura), prima che la medicina del ‘900 riducesse l’essere umano ad una catasta di organi e la natura ad una presenza malevola che trama per distruggerlo. Prima cioè che qualcuno si accorgesse che la vita, commercialmente parlando, è un affare assai più redditizio se viene smembrata, suddivisa in settori di competenza, enumerata in componenti infinitesimali che rendano lo spezzatino risultante più lucrativo dell’insieme e perfino della somma delle sue parti.

Gianluca Freda
Fonte: http://blogghete.altervista.org
Link: http://blogghete.altervista.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=831:gianluca-freda&catid=27:medicina&Itemid=44#comments
21.06.2011

venerdì 11 marzo 2011

LETHAL WARRIORS

DI DANILO ARONA
carmillaonlòine

“Laggiù ho visto cose che nessuno dovrebbe mai vedere”
Devil (storia di M. Night Shyamalan)

Ogni singola notte della sua vita, da quando era tornato dall'Iraq, Sheldon T. Plummer (Olympia, Washington) si svegliava di colpo alle tre in punto. Pensava che fosse colpa del demonio e lo aveva pure lasciato scritto in un forum dedicato all'argomento. Ne esistono parecchi di questi forum: si parla si narcolessia, di Old Hag (la Vecchia Sotto il Lenzuolo), di risvegli improvvisi e condivisi alle 3,33 (la metà del numero diabolico) o di rapitori alieni dall'altra parte della finestra. “Mi sveglio tutte le notti alle 3,33 . Ho i brividi su tutto il corpo e la stanza è gelata, e per questa cosa non ci sono spiegazioni perché il riscaldamento funziona perfettamente. Ma non ci nemmeno sono spiegazioni per questa precisione oraria: se metto l'orologio indietro di mezz'ora, spalanco gli occhi alle 3,03.”

Nella foto: Il murales dell’artista cileno Sebastian Errazuriz

“Gesù è morto alle 3,00 e le streghe fanno il loro sporco lavoro proprio a quell'ora.”
“Non mi sveglio proprio tutte le notti alle 3 del mattino. Ma mi sveglio spesso. E una notte ho visto sopra di me una figura nera dalla consistenza nebbiosa alta sino al soffitto. Ho fatto per alzarmi per correre ad accendere la luce, ma quella mi è volata addosso, più veloce di una pallottola. E mi sussurrava delle parole nelle orecchie che non voglio proprio ricordare.”

In quel forum non mancavano le esperienze demoniache. Ma Plummer il suo demone lo aveva incontrato in Iraq e se l'era trascinato dietro a Washington, lungo un tragitto aereo presagito sin dall'inizio degli anni Settanta dallo scrittore William Peter Blatty. Il risultato fu che, tra un risveglio e un incubo, Plummer ammazzò la moglie e la fece a pezzi, traendo ispirazione per le istruzioni “tecniche” dal serial TV Dexter.

Non è da oggi che una certa percentuale di marine americani di ritorno dall'Iraq e dall'Afghanistan torna a casa e scarica la propria aggressività su mogli, fidanzate o sconosciuti scelti a casaccio. Se non ammazzano qualcuno, uccidono sé stessi a ritmi impressionanti – le ultime cifre parlano di 18 reduci al giorno che scelgono la via del suicidio (fonte: army.times.com). Il fenomeno è noto sin dal 2004, ma la scelta, sin quando possibile, è stata quella di non parlarne o di parlarne pochissimo. Nel 2005, a mia memoria, ci fu soltanto un fugace servizio del TG3 in edizione pomeridiana.


L'arresto di Matthew Perkins


Il settembre scorso Matthew Perkins, 30 anni e due campagne in Afghanistan e in Iraq, uccise a Manchester, Tennessee, la fidanzata e i due figlioletti di quest'ultima, inserì i corpi in sacchi di plastica della spazzatura e li rinchiuse in un armadio per vari giorni. Non esisteva alcun dissapore tra Perkins e la donna. L'uomo spesso urlava nel sonno e si svegliava di colpo, fradicio di sudore, chiedendo con disperazione al nulla: “Chi c'è? CHI C'E'?”
Eric Acevedo pugnalò la fidanzata a morte poche ore dal suo rientro dall'Iraq. Chissà come sarebbero state le sue notti?

Joseph Dwyer era perseguitato dai demoni già da tempo quando un giorno vide al bordo della strada una normale scatola di cartone vuota, la scambiò per una bomba in procinto di esplodere e provocò un brutto incidente stradale. Qualche mese più tardi Joseph si rinchiuse nel suo appartamento e iniziò a sparare dalla finestra. A casaccio, dove qualcosa sembrava muoversi. Per un caso straordinario non si fece male nessuno, ma la polizia impiegò una giornata intera a convincerlo che in giro non c'erano teste di stracci che lo volevano uccidere. Adesso Joseph non si trova più su questa terra e si è tolto di mezzo con un'overdose di tranquillanti e inalanti.


Jeff Lucey


Jeff Lucey, 23 anni, tornato dalla prima fase bellica chiamata Decapitation Strike, s'impiccò nel seminterrato della casa dei genitori. La madre raccontò pubblicamente che nel mese in cui aveva partecipato all'invasione Jeff scriveva lettere terribili alla fidanzata in cui descriveva le mostruosità che aveva visto e che era stato costretto a fare. Una volta a casa, Jeff iniziò a parlare in modo sconnesso di Nassirya, la città in cui aveva avuto luogo la prima grande battaglia tra marine e irackeni. Di notte, intorno alle tre, a volte prima a volte dopo, si buttava sempre giù dal letto urlando. Dopo una notte in cui non aveva chiuso occhio affatto, ricevette sua sorella Amy con le lacrime agli occhi, dicendo di essere un assassino. E dichiarandosi “colpevole”. Prima di impiccarsi Jeff lasciò sul suo letto le targhette identificative dei soldati irackeni che aveva ucciso anche se disarmati. Lui le guardava spesso e mormorava parole incomprensibili.

Peter Mahoney, prima di andare in garage e attaccarsi al tubo di scarico, s'infilò l'uniforme con cui aveva prestato servizio.

Keith Nowichi, al rientro del suo secondo turno in Iraq, fu mandato per un anno di trattamento al Warrior Transition Unit di Fort Carson, Colorado Springs, dove collezionò solitudine, alcol e farmaci, e cesellò il tutto con il divorzio. Si uccise nel marzo del 2009 mentre si trovava al telefono con la ex moglie. Lì aveva conosciuto i Lethal Warriors, quelli della quarta Divisione Fanteria, i reduci di Falluja, quelli dei record: nove omicidi commessi da membri della stessa brigata, più 145 episodi di violenza domestica e 38 stupri.

Tutti questi ovviamente non sono demoni. Se così fosse, le contromisure sarebbero tutte sommato semplici. Sono invece i sintomi dell'ormai non più censurato PTSD (Post Traumatic Stress Disorder) che esiste sin dai tempi del Vietnam, ma solo dagli anni Ottanta è riconosciuto come gravissima patologia invalidante (le assicurazioni americane l'hanno però inserita nei loro protocolli solo nel 2004...). Una sindrome che ne uccide più a casa che sul campo di battaglia, anche se le autorità militari mai lo confermerebbero, visto che i reduci sono tecnicamente dei civili. E poi, comunque, dopo i sintomi, arrivano i demoni

Secondo uno studio dell’Università della California sono trecentomila i militari tornati da Afghanistan e Iraq con segni chiarissimo di squilibrio mentale: emergenza che l’esercito affronta con appena 400 psichiatri. Con le prigioni che si riempiono di veterani: il 23% dei detenuti, un numero così alto che si sta pensando a tribunali speciali e condanne alternative. Un’inchiesta di “Time” spiega che il numero dei suicidi tra soldati ha toccato cifre record: 106 nel 2006, 115 nel 2007, 128 nel 2008. E ben 334 nel 2009: lo stesso anno i morti in battaglia sono stati 316 in Afghanistan e 149 in Iraq. Ma contando che va a buon fine un tentativo di suicidio su dieci, il numero di quelli che cercano di farla finita sale a tremila militari all’anno. Ammesso che siano dati reali: perché, insinua l’Huffington Post, i numeri, difficili da reperire, potrebbero essere superiori. E parliamo solo di militari in divisa: per quel che riguarda i veterani, le cifre sono solo ipotizzabili dato che, appunto, si tratta di civili.

Il suicidio, è noto e non da oggi, spesso diviene poi un fatto epidemico. Il mese di giugno del 2010 si sono uccisi 32 soldati, il numero più alto mai registrato Gli psichiatri e gli psicologi militari non hanno sufficienti conoscenze per affrontare questo disagio. Mark Russel, comandante della Marina specializzato in malattie mentali, ha scoperto che il 90% del personale che svolge queste funzioni non ha la formazione necessaria per curare il PTSD. Si limita a prescrivere farmaci come il Paxil, il Prozac o il Neurontin, che accentuano e addirittura provocano i sintomi. Se non ci si uccide, si uccide. In ogni caso il disturbo mentale associato al PTSD può divenire incontrollabile. E trasformare il soggetto che ne è affetto in un lethal warrior sul patrio suolo. Difficile pensare infatti che chi viene addestrato a uccidere per non essere ucciso, una volta tornato a casa, possa inserirsi come se nulla fosse in una vita normale fatta di regole, di galateo e di rispetto per il prossimo. Difficile pensare che questa persona non abbia gli incubi e si svegli urlando più o meno alle tre di notte.

In un programma intitolato The War Within, trasmesso da Al Jazeera e dedicato al PTDS, la psichiatra americana Barbara Van Dahlen ha fatto dichiarazioni a dir poco inquietanti. Eccone un sunto:
“Il PTDS è contagioso. I reduci tornati a casa, quando si trovano in posti affollati, al supermercato, in un grande centro commerciale, o in un ristorante molto rumoroso, diventano ansiosi perché non riescono a esaminare efficacemente l'ambiente circostante e non si sentono al sicuro. Per i soldati coinvolti in esplosioni sui blindati lungo le strade, in Afghanistan e Iraq, le mogli riferiscono spesso che guidano al centro della strada, il che è chiaramente molto pericoloso qui negli USA. Ma lo fanno perché le bombe erano spesso collocate ai lati della strada e non riconoscono né realizzano che si stanno spostando verso il centro della strada, ma il cervello sta esaminando una potenziale minaccia nell'ambiente circostante. Lo stato di allerta continuo è dovuto alla paura che esista sempre un pericolo, perché chi ha subito un trauma è stato colpito da un evento che non ha potuto controllare, fortemente terrificante, distruttivo, pericoloso, o tutte queste cose insieme. Così il cervello è in allerta continua per la paura di un altro attacco o di un altro evento incontrollabile. E' come se non esistesse una demarcazione tra la linea del fronte e casa propria, dove per definizione dovrebbe esserci solo la pace. In realtà oggi la guerra è ovunque. Perché è dentro. Non c'è solo la paura del terrorismo post 11/9, ma la paura che i reduci si portano dietro, contagiando amici e famigliari. E' questo il vero problema che si pone nella cura dello stress post-traumatico. Non riguarda solo i soldati che tornano a casa, ma anche le loro famiglie. Abbiamo anche coniato una termine: 'trauma secondario', riferito al fenomeno dei familiari di soggetti affetti da stress post- traumatico che sviluppano gli stessi sintomi se le persone che hanno in casa non vengono curate. Così colpisce mogli e bambini, e chiunque passi molto tempo a stretto contatto con i reduci. Ha un potente effetto a catena che successivamente travalica il nucleo famigliare e si estende ai colleghi di lavoro, al sistema educativo quando si torna nei campus universitari. E' a causa di questo consistente effetto a catena che noi operatori lo percepiamo come una vera emergenza sanitaria pubblica. E dobbiamo farvi fronte.”

Tutto questo – ma soprattutto il tema del contagio – ci riporta alla simbologia del profondo che scaturisce dai risvegli in preda al panico – alle 3,00 o alle 3,33 – da parte di chi soffre di PTDS. Sono esperienze visualmente demoniache che tendono a materializzare il Male (per poterlo guardare e controllare) e che alludono alla definitiva perdita dell'innocenza. Un capolavoro del 1988, Koko di Peter Straub, il tema dei reduci del Vietnam unito a quello degli orrori compiuti o testimoniati sul fronte bellico sottintendeva il trauma primario di un'infanzia distrutta a causa di adulti sadici. Un giovane soldato americano impazziva dopo essere stato costretto a uccidere un gruppo di bambini vietnamiti rifugiatisi in una grotta. Molti anni dopo, a guerra finita, l'uomo si trasformava in un serial killer che lasciava su ogni vittima orribilmente sfigurata una carta da gioco sulla quale appariva scarabocchiato il nome “Koko”. Si scopriva dopo alterne ed emozionanti vicende che chi si nascondeva sotto l'identità di Koko aveva visto da bambino la madre uccisa dal padre e lui stesso aveva dovuto subire ripetute violenze da parte del demone celato sotto le spoglie paterne. Attraverso un ricordo nascosto e il meccanismo delle analogie inconscie, Koko vendicava tanto sé stesso quanto i bambini vietnamiti con i quali s'identificava.
E' una metafora che, nonostante gli anni trascorsi, si può ancora applicare ai lethal warriors che hanno riportato la guerra là dov'era stata dichiarata in nome di democrazie esportabili: a casa propria, tra le pareti domestiche, nella vita di tutti i giorni. Alle tre del mattino, l'ora del diavolo, per loro che ci credono.

Dopo i tumori da uranio impoverito e le sindromi della guerra del Golfo, è in arrivo qualcosa di peggio per il bellicoso Occidente: l'oscurità.
Something Wicked This Way Comes, ancora Ray...

Danilo Arona
Fonte: www.carmillaonline.com
Link: http://www.carmillaonline.com/archives/2011/03/003822.html